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STORIA DEL CONVENTO DEI FRATI FRANCESCANI DI RAVEO - Andrea Moro Editore

Premessa

Nella vita di ogni persona c’è un momento, in cui si desidera restare soli con se stessi: un intimo bisogno di estraniarsi dalla materialità della storia; il desiderio di recuperare il proprio io come entità spirituale, di essere soli con la propria coscienza di fronte al tempo e ai misteri dell’esistenza. Questa urgenza interiore conduce al distacco dalla quotidianità, per disporsi alla meditazione, al raccoglimento, alla riflessione e all’esame della vita trascorsa fino ad allora; forse è pure una volontà di convincerci che nella storia che viviamo non c’è tutto il senso che noi cerchiamo, esistono valori ancora più grandi del senso del dovere e del lavoro, come quelli che rendono capace l’uomo di dono, offerta, sacrificio e mortificazione di sé.
In moltissimi casi questo desiderio di solitudine e di pace non si accontenta di un semplice distacco e allontanamento temporaneo dalla vita materiale, ma diventa così forte ed assoluto da indurre ad abbandonare ogni cosa, per meditare fino in fondo il misteri della vita e dell’Assoluto, per cercare un perfezionamento attraverso l’offerta di sé, fino a quel momento sconosciuto. Perfezionamento sublimato nell’idea e nella pratica del sacrificio, della penitenza mai disgiunta dalla preghiera, nel lavoro, nell’obbedienza, nella rinuncia ai propri bisogni, al proprio sé, per intraprendere una strada ove l’avvicinamento e l’ascolto silenzioso dell’Assoluto sia più probabile, anche se più faticoso e sofferto, poiché tale scelta oltre a folgorazioni, luci, visioni improvvise porta sempre con sé anche il dubbio, l’incertezza, la paura di avere sbagliato strada, come ci insegna la vita di San Francesco.
La Bibbia ci presenta questo desiderio di solitudine come tempo e luogo di incontro con Dio: e tale desiderio chiama l’uomo a scoprire dentro di sé e agli altri, a sperimentare la povertà, la piccolezza, la giusta misura delle proprie facoltà intellettuali.
L’uomo impara nella solitudine il suo valore di uomo, chiarisce il giusto rapporto e la sua distanza da Dio; comprende che non tutto gli è dovuto e che non è vero che non abbia bisogno di nessuno.
La solitudine lo aiuta a rendersi conto che al di sopra di lui, dei tempi, del corso della storia e della forza del suo pensiero c’è un Assoluto, di cui avverte la mancata presenza, un’assenza metafisica.
Aristotele, uno dei più grandi filosofi dell’umanità, scriveva: “Alla luce di documenti recenti e passati risulta che gli uomini avevano elaborato una mentalità religiosa e il senso del sacro era connaturato alla loro vita e credevano in una realtà trascendentale”.
E Cicerone, supremo oratore dell’antica Roma:”omnia religione moventur” (tutto può ed è ispirato dal senso religioso).
Gli stessi drammi a noi pervenuti di Eschilo, sommo tragediografo greco, così percorsi dalla presenza del divino tramite invocazioni, preghiere atti di fede, ci rivelano, attraverso espressioni spontanee, una religiosità radicata: le sue tragedie, infatti, avevano una funzione catartica, di purificazione ed elevazione spirituale dello spettatore: non era un’arte fine a se stessa, ma veicolava insegnamenti etici e morali, soprattutto.

In Occidente non si diffuse l’anacoretismo, l’ascesi individuale solitaria, ma il cenobitismo, la comunità monastica, che viveva in un luogo appartato a contatto con la natura, la più diretta e grande manifestazione del Creatore. Fu San Benedetto da Norcia a fornire il modello del monachesimo occidentale con la sua regola dell’ora et labora; e fu San Francesco d’Assisi a renderla rigorosa, fondandola sulla povertà, per vivere una vita come imitazione di Cristo, tutta fondata e rivolta ai valori spirituali. Per entrambi, comunque, fondamentale era la fusione tra ascesi individuale ed ascesi comunitaria, una sorta di prefigurazione del Paradiso, dove l’individuale, senza nulla perdere di sé, si annulla e confonde con l’Universale.

Indice

  • Premessa
  • Cenni sulla società del 1600
  • La fondazione dell’Eremo
  • Inizio dei lavori
  • La Regola degli Eremiti
  • Il benefattore Leonardo De Infanti di Monaco
  • Il legato Diana
  • Lupieri G. Batta di Luint
  • San Benedetto Labre
  • Rappresentazione della Via Crucis
  • L’ultimo documento
  • Dopo la chiusura dell’Eremo
  • Visitatori insigni

SANTUARIO DELLA MADONNA DEL MONTE CASTELLANO

Santuario Madonna del m.te Castellano
Santuario Madonna del m.te Castellano

Santuario della Madonna del Monte Castellano

Lunghezza percorso Km. 3,2
minuti 30 di cammino a piedi
dislivello m. 205.

Sorto nel 1619 sul luogo di un’antica chiesetta dedicata alla maternità di Maria, è tramandato come luogo di un’apparizione (origine comune di molti santuari mariani). Si colloca lungo un antico percorso che portava ai luoghi della fienagione in Valide, Luvieis e Pani, e come luogo di sosta privilegiato per la preghiera. Il santuario, si connotava come luogo di devozione extralocale in quanto meta di pellegrini attratti dalle vicissitudini miracolose del luogo.

Alle spalle della Chiesa si trova l’ex Romitorio di m.te Castellano fondato nel 1686 dai Frati francescani.  Il monastero all’epoca, cresciuto per numero di religiosi, fiorì fino alla soppressione dell’Ordine  decretata dalla Legge italica del 1810. Oggi di proprietà privata, accessibile solo in occasioni particolari.

Il tragitto prosegue verso il m.te Sorantri  (m.860/895) a un’altura che sovrasta la splendida conca di Raveo, dove attualmente è in programma una campagna di scavi archeologici promossa e curata dalla Soprintendenza di Trieste per accertare la possibile presenza di un santuario celtico e di insediamenti romani. Recenti ritrovamenti – databili tra l’VIII° sec. A C.  e l’età tardoromana – e la constatazione che nel bosco esistevano strani avvallamenti regolari, probabile indice di strutture sepolte, avevano inizialmente permesso di constatare le potenzialità archeologiche del sito. I risultati delle prime ricerche  hanno evidenziato la presenza  di un grande insediamento  di altura  con muro di recinzione  e strutture abitative tutt’ora ben conservate.

La strada continua verso le ridenti vallate di Valide, Luvieis e Pani, sul cui altopiano insiste un patrimonio edilizio di notevole rilevanza storico-edilizia formato da numerosi rustici che evidenziano le caratteristiche tipiche della Carnia (allora abitazioni rurali con ammesse stalle e fienili)  che testimoniano una storia ancora  molto vicina ai Raveani.

Oratorio dei Frati Francescani
Oratorio dei Frati Francescani
ex Romitorio Frati Francescani
ex Romitorio Frati Francescani